Salviamo il Congo
Il Congo brucia ancora una volta. Le cronache da questo gigante territoriale (2. 345.000 km2, circa tutta quanta l’Europa occidentale) parlano ancora di ribelli, di uccisioni, di stupri, di bambini arruolati forzatamente nelle varie milizie, di sfruttamento selvaggio delle immense ricchezze di questo territorio. Più grave ancora lo spettro di un altro genocidio si aggira per il Congo orientale. Da settimane un milione e seicentomila profughi vagano nella giungla senza cibo, senza acqua potabile e senza assistenza. Nella loro fuga s’imbattono in miliziani senza scrupoli pronti a razziarli delle poco cose in loro possesso e a stuprare donne fiaccate dagli stenti della fame e della marcia forzata. A questo macabro gioco di guerra non sfuggono nemmeno le bambine costrette a passare alcune notti in centri protetti presso le missioni cattoliche o presso le poche ONG rimaste operanti nella zona del Kivu
Come in un perverso destino di Sisifo, nonostante gli accordi di pace firmati a gennaio scorso anno, nonostante la tenuta di elezioni politiche e presidenziali che avevano segnato un’ effimera svolta politica, nonostante la presenza della più imponente ed impotente forza dell’ONU (17.000 uomini), il Congo ha riannodato il filo mai spezzato della sua drammatica storia fatta di violenze cicliche dall’epoca coloniale (i crimini di re Léopoldo II che parlano di un genocidio coloniale di circa 11 milioni di congolesi tra 1880 fino al 1908) fino ai giorni nostri passando per gli anni terribili dell’indipendenza conseguita nel 1960 e culminata con il martirio del padre dell’indipendenza, Patrice Lumumba. La violenza in Congo non è contingente, è la cifra strutturale della sua costituzione avvenuta al Congresso di Berlino (1885) con il mandato ricevuto dal re Léopoldo II di amministrare lo “stato indipendente del Congo” come sua “proprietà personale”(bestie e uomini compresi); la violenza è la stoffa insanguinata della conquista dell’indipendenza pesantemente condizionata dalle contese della guerra fredda fra i blocchi e dagli appetiti delle multinazionali belghe e statunitensi che non intendevano rinunciare ai ricchi giacimenti del Katanga. Una pesante eredità dal regime totalitario e cleptocratico del dittatore Mobutu che ha “regnato” incontrastato sul Congo dal 1965 fino al 1997 quando le truppe del capo dell’Alleanza delle Forze democratiche (ADFL) di Laurent Kabila avviano la lunga marcia verso la presa di potere a Kinshasa. La lunga transizione congolese, da allora, è una scia di sangue, di tradimenti, di scissione e di guerre in tutto il territorio nazionale e nemmeno il giovane figlio di Kabila, l’attuale presidente, è riuscito a pacificare il paese. Ma quali sono i nodi principali della guerra congolese?
- La costante minaccia all’integrità territoriale del Congo da parte dei suoi vicini con la complicità di forze internazionali che puntano sullo sfruttamento delle sue ricchezze. Riccheze e posizione geostrategico nel cuore del continente, quell, “Afrique médiane” a meta strada tra le coste dell’Oceano indiano e quello Atlantico, tra la minaccia fondamentalista che proviene dal Mar Rosso e dal Corne d’Africa e le riserve strategiche di petrolio del Golfo del Benin. Chi controlla il Congo è in grado di dirigere il traffico tra i territori sensibili del Sudan, dell’Etiopia, dell’Eritrea e della Somalia e i giacimenti ingenti del Cabinda, della Guinea Equatoriale e del Congo-Brazzaville. Senza contare, come ricordato prima, lo “scandalo geologico” che costituisce lo stesso Congo. Uranio (yellow cake fondamentale per l’energia nucleare), oro, diamanti ma soprattutto coltan (colombo-tantalite) cosi indipensabile nella new economy ossia Gsm, ordinatori e componentistica aeronautica. La geopolitica del cinismo guidata non da motivazioni ideologiche, ma da corposi interessi economici locali e stranieri ha trovato nella peculiarità geologica del Congo il suo laboratorio insanguinato. Interi pezzi di territorio nazionale sono sottrati all’autorità dello stato (volutamente indebolito) e lasciato alle orde feroci e voraci delle milizie. E’ il caso di riaffermare la tesi congolese – suffragata dalla Carta fondativa dell’Organismo panafricano - della intangibilità delle frontiere ereditate dalla colonizzazione e che nessun vicino può unilateralmente rimettere in discussione sotto qualsiasi motivo;
- La questione delle garanzie da fornire al Ruanda in merito alla permanenza delle milizie hutu alla frontiera con il Congo. A questo si aggiunge il pretesto spesso usato in questi anni della protezione delle etnie di ceppo tutsi che vivono nell’Est del Congo. Sono due questioni che non bisogna sottovalutare perché costituiscono l’argomentazione di base del Ruanda per il suo, diciamo cosi, interesse per il Congo. Qui occorre ricordare che la presenza delle milizie hutu (FDLR= Forze democratiche per la liberazione del Ruanda) nella parte orientale del Congo è ormai residuale e comunque non tale da minacciare il forte e bene addestrato ed equipaggiato esercito ruandese. Nessuno nega tuttavia il diritto-dovere del Ruanda di difendere il suo territorio. La questione semmai è quella di stabilire se questa difesa debba avvenire a partire dal territorio congolese controllato attraverso milizie amiche e non invece a partire dal territorio ruandese stesso. Esiste, senza dubbio, il legittimo sospetto di un’eccessiva legittima difesa da parte ruandese. La questione esiste, tuttavia, di uno spazio vitale per il Ruanda cosi esiguo territorialmente con una popolazione in crescità. Problema vero che il Ruanda non potrebbe risolvere per la via militare occupando un pezzo di territorio congolese. La soluzione sta nella costituzione di una comunità regionale dei Grandi laghi, con una concordata libera circolazione dei beni e delle persone, uno spazio di scambio economico, delle parziali cessioni di sovranità in materia doganale e di codice degli investimenti. Questa soluzione avrebbe il vantaggio non secondario di interrompere il secolare faccia a faccia tra tutsi e hutu inserendoli in un contesto relazionale più vasto. Queso potrebbe essere lo scopo principale di una conferenza internazionale dei Grandi laghi incaricata di definire , in un quadro condiviso e con impegni costringenti per le parti, i nuovi assetti della regione. Poiché è convinzione di tutti che è tramontata l’era degli accordi separati. La regione dei Grandi laghi africani aspetta una sua “yalta” che possa fissare i nuovi equilibri e gli obiettivi d’integrazione;
- il governo congolese di Kabila ha dimostrato la sua incapacità di assicurare la pace dentro i confini nazionali. Resterà a lungo nella mente dei congolesi l’immagine dell’esercito congolese in fuga dalle zone di combattimento. Il primo ministro uscente Gizenga non ha mai messo piede nel Kivu in due anni d’incarico. Il nuovo governo ha avuto come mandato prioritario quella di garantire la sicurezza e la stabilità nei confini orientali del paese. Ma è nella gestione delle risorse minerarie che il governo di Kabila non ha innovato rispetto al passato recente del paese. La stragrande maggioranza dei congolesi vive sotto la soglia di povertà, l’inflazione è a altissima, il potere d’acquisto inesistente, i servizi di base carenti e le infrastrutture fattiscenti. E ciò nonostante i contratti miliardari firmati dal governo con le potenze occidentali e le multinazionali cinesi (l’ultimo proprio nella regione del Kivu). Non ci sarà pace in Congo se la ricostruzione e la normalizzazione non passerà dalle declamazioni governative alla vita concreta dei congolesi. Non potrà esistere una nazione congolese senza uno stato. L’urgenza per Kabila è duplice: da un lato ristabilire i principi basilari della statualità dopo la completa liquefazione dello stato durante i lunghi anni del mobutismo; dall’altro operare per assicurare alla popolazione di bisogni essenziali che sono diritti basilari di cittadinanza. Senza il dovere di ripristinare lo stato sarà difficile rivendicare diritti di sovranità su di un territorio senza regole e un popolo senza comunità;
- la comunità internazionale deve onorare il suo debito nei confronti della regione dei Grandi Laghi africani. Perché non ha impedito il genocidio ruandese e perché ha lasciato il Congo e i congolesi soli nell’assorbire l’onda d’urto di questo genocidio che ha rilasciato le sue scorie tossiche nel vicino Congo. L’imponenza e l’impotenza della Monuc è un’onta della diplomazia internazionale. Le immagini della popolazione di Goma che aggredisce le forze internazionale che avevano la missione di proteggerla sono emblematiche della rabbia e della frustrazione del Congo nei confronti della comunità internazionale. Essa ha l’occasione immediata e imminente di un riscatto attraverso: la creazione di corridoi umanitari per portare soccorso alle popolazioni in fuga; operare per creare le condizioni di un ritorno alla normalità nel più breve tempo possibile con programmi mirati, risorse certi e tempi lunghi d’attuazione;
- Salviamo il Congo perché una parte della nostra umanità contemporanea sta morendo insieme alle popolazioni del kivu nelle foreste e nei campi profughi. Salviamo il Congo perché non è giusto che le popolazioni inermi paghino il costo della globalizzazione impazzita che sconvolge i territori e disumanizza le comunità in nome delle materie prime da sfruttare a qualunque costo. Salviamo il Congo perché è il cuore dell’Africa. Il cuore malato di un corpo che aspetta di diventare il partner dell’Europa per la nascita dello spazio euroafricano.
Articolo pubblicato su “Il Riformista”
Jean-Léonard is | Topic: Interventi | Tags: africa, congo







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