
Due giorni fa, il ministro Roberto Maroni ha affermato con la solita granitica sicumera che il 15 di maggio prossimo termineranno gli sbarchi, quando entrerà in vigore l’accordo siglato daql governo italiano con quello libico sul pattugliamento congiunto delle coste”. Due giorni dopo una immane tragedia tra l’Africa e la Libia. Due barconi carichi di migranti sono affrondati. 300 persone disperse (gergo tecnico che significa praticamente morti!). 23 persone sono state tratte in salvo mentre 21 corpi sono stati recuperati senza vita. Tutti gli immigrati, per la maggior parte egiziani ma anche maliani, nigerini e nigeriani erano diretti in Italia. Secondo fonti dell’agenzia egiziana Mena, una delle imbarcazioni era partita da Sid Belal Janzur, un sobborgo di Tripoli. Dopo sole tre ore di navigazione il battello è affondato 30 chilometri al largo della Libia. Su questa ennesima tragedia annunciata sentiremo in giornata molte lacrime di coccodrillo. Prego tutti di avere il bon ton di tacere per rispetto delle vittime. Questa vicenda è gestita dal nostro governo con rara improvvisazione mista a cinismo e desolante cecità politica.
La Libia, l’abbiamo detto più volte, non collaborerà mai con le autorità italiane per un contrasto efficace dell’immigrazione clandestina. Tutti in Libia sanno tutto sulle persone e sui circuiti che alimentano e lucrano sullo scandaloso commercio di “merce umana” sulla pelle dei disperati. La Libia tergiversa, prende tempo, ci prende in giro. Mentre i migranti si ammassano nei centri di raccolta e nei porti in situazioni indegne del ventunesimo secolo. Un grido d’allarme e di disperazione finora inascoltato anche dall’Unione africana, ridiventata un sindacato di capi di stato intenti a proteggersi reciprocamente. Dobbiamo smascherare il gioco truccato tra il governo italiano e quello libico. Dobbiamo chiedere al governo libico di rispettare gli africani di cui presiede l’organizzazione panafricana. Non possiamo più aspettare e piangere con lacrime di coccodrillo altri morti innocenti. Non possiamo assistere impotente alla trasformazione del mar mediterraneo in un gigantesco cimiterio a cielo aperto. Non possiamo accettare che il solo fatto di nascere nella sponda sbagliata del mediterraneo sia una colpa che meriti la morte.
L’Italia non fa più cooperazione allo sviluppo (ha dimezzato i fondi del 51% circa) che potrebbe diminuire i fattori di espulsione dai paesi d’origine. Tutti i dossier urgenti nei confronti dell’Africa sono bloccati: sviluppo economico, instabilità dovuta alle guerre che solo per nostra comodità chiamiamo “etniche”, perché quelle guerre ci riguardano. Riguardano le nostre società multinazionali divoratrici di materia prima e di petrolio, riguardo il nostro modello economico e di consumo imposti a società africane con altre visioni del mondo e dell’economia, riguarda il nostro abbandono del continente che ha provocato la “solitudine geopolitica” del continente che si gettato nelle braccia della Cina, riguarda il nostro sostegno incondizionato e interessato ai dittatori locali nostri amici e soci in affari. L’Italia non fa integrazione in patria per fare diventare nuovi cittadini gli immigrati che vivono e lavorano nel nostro paese. E magari tentare di immaginare una nuova cooperazione che veda proprio gli immigrati protagonisti di progetti di ritorno accompagnati. La diaspora africana come chiave e soggetti strategici dello sviluppo dei loro paesi. Sull’immigrazione e sulla cooperazione seguitiamo a navigare a vista. Cinici, impotenti pensando che sono affari degli africani. L’Africa è il nostro orizzonte! Dobbiamo interessarci all’Africa, non tanto per filantropia, ma perché rischia di essere per noi un gigantesco boomerang continuare ad ignorare il nostro vicino di casa con il quale non abbiamo avuto lo stesso passat ma avremo necessariamente lo stesso futuro. Ma chi è in grado di lanciare un tale progetto? I governi finora si sono rivelati impotenti o dis- tratti. Le Ong hanno fornito all’Africa delle flebo per tenerla in vita ma non per farla correre con le sue gambe. Le elite locali si sono accontentate di ritagliarsi un ruolo desolante di mediatori tra gli interessi internazionali e i loro territori. Le masse africane vivono una situazione di doppia solitudine: rispetto alla cosiddetta comunità internazionale; e rispetto alla propria dirigenza ingorda e incosciente. Occorre una nuova mobilitazione globale che possa fare pressione sui governi in modo costante ed efficace, toccando il loro portafoglio elettorale (è l’unica musica che muove i partiti).
Quanto alle masse africane penso che non rimanga che l’opzione rivoluzionaria dopo decenni d’indipendenza che hanno sancito il fallimento delle indipendenze e la fragilizzazione dei timidi processi di apertura politica e di partecipazione popolare. Ci vuole una stagione di grande lotta di liberazione africana che faccia leva sul ritrovato protagonismo della sua società civile. Quei nuclei di resistenza e d’innovazione che, nelle periferie urbane e nelle campagne, rappresentano la pentola africana che bolle. E bolle con il contributo determinante delle donne.
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