Qualche idea sul dopo-congresso di Guido Melis
Ospito con molto piacere qualche idea sul dopo-congresso del collega Guido Melis
Noi non correremo in soccorso del vincitore. Io no, per lo meno. Assicureremo tuttavia a Pier Luigi Bersani (e in Sardegna a Silvio Lai) tutta la collaborazione senza riserve che si deve a chi legittimamente dirige il Partito democratico.
Il lungo congresso del Pd (troppo lungo, certamente) consegna dunque la guida del Partito a Pier Luigi Bersani. Ma non disconosce – a me pare – le ragioni degli altri candidati, in particolare quelle di Dario Franceschini e di coloro che, come me, lo hanno sostenuto.
Due punti restano, della versione Franceschini, particolarmente validi, e meritano perciò di essere riproposti subito, nel concreto lavoro di massa per costruire il Pd:
1. l’idea forte del partito “aperto” ai cittadini, radicato profondamente nel sociale, con le antenne tese a captare tutte le dinamiche della società civile; e
2. l’ipotesi cruciale di una politica delle alleanze realizzata, al centro come in periferia, non sul do ut des al ribasso ma sui programmi, senza mai tradire la propria vocazione maggioritaria, nell’intento – che deve restare centrale – di attrarre al Pd sempre nuovi ceti sociali.
Quel che occorre in Italia, in un Paese che mai come oggi appare frammentato in tante microcorporazioni e nella esasperata molteplicità (e voracità) degli interessi privati, è ricostituire un blocco sociale unitario, nei termini nuovi però tipici delle società contemporanee caratterizzate dalla mobilità, radicandolo in un complesso di valori chiave comuni, di progetti di lungo respiro, di strategie condivise. Bisogna tornare a fare politica nel senso pieno della parola, cioè, ma sapendo con chiarezza che i modelli organizzativi del Novecento sono alle nostre spalle e che nessuno di essi (per quanto siamo affezionati alle tradizioni) può oggi riproporsi con speranze di qualche duraturo successo.
Dunque, innanzitutto, calarsi di nuovo nella società. Riprendere quello che era un tempo il lavoro di massa nei territori. Nuotare come pesci nell’acqua, diceva un celebre slogan in voga molti anni fa nella mia generazione. Interpretare al meglio le domande di un popolo vasto (anche più dei già vasti 3 milioni di cittadini che sono venuti sorprendentemente alle urne per le primarie) che guarda a noi con speranza ma anche con giusta severità. E se possibile con quel popolo confonderci sempre di più, rinunciando alla illusione pedagogica di scegliere in sua vece. Anche per questo le primarie (sperimentate con entusiasmo il 25 ottobre) devono restare, contro ogni tentativo normalizzatore, nel dna del Partito democratico. Il partito delle primarie, non in antitesi certo con quello degli iscritti, deve restare nella ragione sociale della nostra “ditta” (per esprimerci con un linguaggio caro a Bersani).
In Sardegna, dove un segretario regionale pro-Bersani si è affermato di strettissima misura sulla candidata pro-Franceschini e su un secondo candidato pro-Bersani (e la divisione in due del fronte bersaniano già dice molto della complessità del caso sardo) noi saremo pronti a fare la nostra parte, lealmente e nell’interesse unitario del Pd. A patto che leale e unitaria si dimostri la nuova leadership.
E’ bene, a questo proposito, essere franchi sin dall’inizio. La Giunta Soru, caduta per effetto di un voto che ancora necessita d’essere metabolizzato (ma anche per il lungo logoramento cui è stata sottoposta dal “fuoco amico” in Consiglio regionale e fuori di esso) ci lascia una eredità virtuosa che dobbiamo non solo rivendicare con orgoglio ma essere capaci di tradurre in politica, dandole, senza tradirla, una declinazione se possibile ancora più efficace. Riassumo per sommi capi: difesa intransigente delle coste (e già la destra e la sua Giunta impone la cementificazione), rivendicazione davanti allo Stato delle risorse che per Statuto regionale spettano alla Sardegna, sgombero delle servitù militari, riordino urbanistico del territorio, risanamento della sanità (e già assistiamo alla lottizzazione selvaggia delle Asl), radicale pulizia degli enti inutili, eliminazione della falsa formazione professionale sentina di clientelismi di destra come di sinistra, lotta alle mille burocrazie regionali e para-regionali.
Chiediamo con molta semplicità al nuovo segretario regionale Silvio Lai se intende proseguire su questa strada virtuosa o intende imboccarne, magari in nome di più facili aggregazione elettorali, un’altra che ad essa risulterebbe opposta.
Domandiamo se, quando parla, come ha fatto insistentemente, di estendere le alleanze alla Regione e nei Comuni, ha chiaro oppure no che l’Udc sarda è stata ed è implicata in una intollerabile gestione clientelare della sanità regionale; se si ricorda che quel che resta del sardismo (e ne resta davvero ben poco) ha dato di sé prove anche recenti di mortificante subalternità agli interessi forti e ai tanti printzipales, siano essi venuti da e su mare oppure nati e cresciuti in Sardegna.
Non sono questioni da poco. Per noi una politica delle alleanze seria deve prima di tutto guardare alla società così com’è oggi, e non solo alla sua rappresentazione (non sempre lineare) nei partiti.
La società sarda sta cambiando, forse anche per effetto delle politiche di Renato Soru; e ancor più cambierà nell’immediato futuro. Viviamo, nonostante tutto, l’epoca della globalizzazione, Quando la crisi mondiale sarà passata (certo non tanto presto quanto vorrebbe farci credere Tremonti, ma passerà) la geografia economica e sociale del mondo sarà probabilmente profondamente diversa. Grandi paesi a dimensione continentale (la Cina, l’India, il Brasile) già si affacciano sulla scena di un mondo sviluppato del quale sono stati sinora semplici spettatori esterni e nel quale rivendicano rappresentanza; grandi e inarrestabili flussi migratori, forse più che non oggi, si accentueranno dall’Africa e dai paesi del Terzo Mondo verso le coste europee del Mediterraneo. Dice l’ultimo rapporto Caritas/Migrantes che nel 2020 “la popolazione residente in Italia ammonterà a 62.769.417 persone” e ciò dipenderà essenzialmente dall’aumento degli stranieri residenti, “che con quasi 7 milioni di persone costituiranno l’11% della popolazione residente totale”. Allora non basterà la ridicola ricetta nazionalista della Lega, né l’idea oggi di moda di fronteggiare simili sommovimenti tellurici portando sviluppo laddove queste tensioni nascono, cioè nei paesi meno sviluppati: non lo consentiranno i tempi, né quelle inadeguate classi dirigenti del Terzo Mondo, né l’egoismo dei paesi più ricchi.
L’Italia, posta a mezzo del Mediterraneo, diverrà, lo si voglia o no, un paese multietnico, necessitato, se vorrà sopravvivere, a darsi regole nuove di convivenza e a innovare profondamente la propria cultura.
Questo è il quadro. E alla Sardegna, per la specificità della sua collocazione geografica e per la scarsa densità demografica che la caratterizza, potrebbe spettare nella partita che si va aprendo un ruolo da protagonista. Terra di transito, ma anche – chissà – di insediamento, di mescolanza etnica, di dialogo tra culture diverse.
Corro troppo? Può darsi. Ma siamo stanchi ed anche – se permettete delusi – delle politiche del giorno dopo, miopi, incapaci di progettare il futuro,al traino degli avvenimenti. Ci vuole più preveggenza, e capacità di decifrare il nuovo, e molto coraggio. Ci vuole una nuova classe dirigente sarda, con una guida politica più avvertita di quanto non lo siano state sinora le leadership dei partiti attuali. Starei per dire che ci vorrebbe il Pd, ma un Pd nuovo, diverso da quello rissoso e ripiegato in sé stesso che è stato sinora: un grande partito come lo abbiamo sognato, capace di innovare in profondo la sua tradizione autonomistica immaginando un’altra storia e in essa un altro ruolo per i sardi.
Per questo obiettivo, che sentiamo come necessario, ci batteremo nel prossimo futuro. A fianco di chi ha vinto i congressi, se saremo d’accordo. Con una funzione di critica e di controproposta, se non lo saremo.
Jean-Léonard is | Topic: Blog, Foto | Tags: None








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